Cani a Berlino

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Il giorno che sono arrivata a Berlino mi è successa una cosa che non mi era mai successa in 53 anni di vita: ho pestato due cacche di cane. La prima mi attendeva sul cordolo del marciapiede, e ci ho stampato sopra la mia impronta nel momento stesso in cui ho messo il piede fuori dalla macchina, la seconda era poco più in là, mimetizzata nel brunastro del lastricato, e ci sono finita dentro mentre imprecavo contro il proprietario del cane produttore della prima.

I marciapiedi di Lichtenberg, il primo quartiere dove ho abitato, erano letteralmente ricoperti di cacche di cane, nei giorni più caldi di questo inverno non freddissimo uscivamo di casa venivamo accolti da un olezzo merdoloso, e ci chiedevamo se i depositi venissero mai rimossi.

Una mattina, finalmente, abbiamo visto un gruppo di spazzini all’opera, siamo scesi e, miracolo, era tutto pulito. Il sollievo è durato poche ore, nel pomeriggio c’erano già più cacche di prima. Questo ci ha spinto a spostare l’attenzione dal suolo tanto ormai avevamo sviluppato una sorta di sesto senso che ci permetteva di non pestare merde senza guardarci sempre i piedi a un po’ più su, altezza cane insomma, e abbiamo scoperto i cani di Berlino.

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Il cane berlinese non ha taglia o colore definiti, nemmeno una sagoma, ce ne sono di grandi come pulci e di giganteschi; di bianchi neri rossastri e a macchie, con pedigree o con più padri tutti ugualmente ignoti. Quello che lo rende una varietà a sé stante è il modo di vivere da una parte la città, dall’altra il rapporto con l’uomo. E’ rarissimo vedere un cane al guinzaglio e, se ce l’ha, spesso se lo porta in bocca; quando è sulla strada ha l’aria di saper sempre esattamente dove sta andando, attraversa sulle strisce e rispetta i semafori. Forse una delle persone che aspettano con lui il verde è il suo padrone, ma non è dato capire chi sia; e fuori dal supermercato attende, seduto ma non legato, che il suo umano esca con la spesa, accettando con grande dignità le coccole che i passanti non gli lesinano.

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Così come l’umano berlinese luterano e inibito che incontri in certi uffici diventa il giovialone gonfio di birra del venerdì sera, appena il cane berlinese lascia la strada per entrare in un parco cambia completamente natura.

Dato che a quanto pare gli alfa da queste parti sono sconosciuti, il nuovo arrivato si inserisce facilmente in uno dei branchi che si formano spontaneamente nei parchi, composti in misura variabile da cani e da individui dell’altra specie senziente di cui esiste una varietà autoctona, vale a dire il bambino berlinese. Le due specie, sotto gli occhi ma nella totale indifferenza della terza specie dominante, l’umano adulto, si dedicano a giochi sfrenati durante i quali pare che, miracolosamente, nessuno si faccia male. Qualche settimana fa, nel parco di Friedrichshain, ho visto una bimbetta di non più di due anni e un Beagle adulto collidere a una velocità di poco inferiore a quella della luce, rimbalzare all’indietro e proseguire la propria corsa in direzioni opposte senza che nessuno dei due avesse perso velocità. Potrei giurare anche che il Beagle stava ridendo.

Nel parco finalmente riesci a capire chi è il padrone: è quello a cui il cane, dopo averne accuratamente cercato uno adatto, porta un bastone per farlo giocare un po’. Sì, esatto, l’impressione è che sia il cane che fa giocare il padrone, e il gioco continua finché il cane decide che è ora di portare l’umano a casa.

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Che sia il cane a portare a casa il padrone è chiarissimo: il cane è davanti, guinzaglio in bocca, cammina impettito e ogni tanto si gira a guardare l’umano, lo aspetta, si lascia raggiungere, poi fa qualche altro passo pieno di canina benevolenza, se non che ogni tanto scrolla la testa, come se si chiedesse fino a quando gli toccherà sopportare un simile peso.

La stessa domanda mi sono fatta anch’io, più volte, fino all’altro giorno.

Ero in bicicletta sulla Danziger, in attesa del semaforo verde. Dall’altro lato dell’incrocio un uomo e un cane. Il cane assomigliava a un Golden Retriever; si vedeva che era vecchio ma lo sguardo era vispo e l’espressione attenta. L’uomo aveva l’aspetto di chi nella sua vita ha bevuto fino a mettersi sotto spirito tutti i neuroni, e ora che è sobrio la realtà intorno a lui continua a fluttuare. L’uomo teneva una mano sulla schiena del cane.

Il semaforo è diventato verde e ci siamo incrociati.

Il vecchio Retriever dallo sguardo vispo aveva tutto il treno posteriore paralizzato ed era imbragato in un carrellino che lo sosteneva. La mano dell’uomo posava su una maniglia che gli permetteva di guidare i movimenti del carrellino e di aiutare il cane a superare gli ostacoli.

Era palese che per lui coloro che incontrava per strada erano ombre, a malapena colte dai suoi neuroni sotto spirito. Il suo unico contatto con la realtà era il cane, quello che l’aveva portato a casa tante volte, e che ora era suo compito accudire e portare a casa sano e salvo, e che solo per questo era disposto a sopportare il peso intollerabile del rimanere sobrio.

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Articolo Maria Grazia Beltrami - Illustrazioni Serena Vittoria Nitti
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